martedì 1 luglio 2008

Gi spettri di Chinatown

Mah...

Onestamente non saprei dire cosa sia.

Però è qualcosa di concreto. E' come una malattia. O la reazione a una malattia. Una reazione organica, funzionale, psicosomatica, immaginaria, dolorosa, e alla fine, irreale.
Tanto irreale quanto presente e viva. Presente come lo spirito di un trapassato che vaga per le stanze amiche, inspiegabilmente occupate da estranei. Presenze ben più carnali che troppo presto hanno deciso per lui l'abbandono dei luoghi delle abitudini.
E questo malessere, vero o falso che sia, come quel fantasma obbligato dalle abitudini ad esistere, permane in quei luoghi, li abita, a dispetto di chi non lo ascolta, non lo vede e certamente, non lo vuole.
Sta lì. Per dire, per fare, per annunciare il dolore che appartiene a una sostanza, corporea o incorporea. Un dolore generato da una trasformazione inattesa, sicuramente non desiderata. Una mutazione causata dallo scorrere del tempo. O meglio... dalla morte delle sostanze, corporee o incorporee, alla quale il tempo assiste. Il tempo che non cura, non salva e involontariamente, costringe alla trasformazione.

In questi anni, in questo paese, forse nel mondo intero, questa trasformazione, la morte di queste sostanze, di persone, di idee, di modi di essere, di regole di convivenza, ha portato con se il silenzio. Una sensazione di obbligatorietà e di inutilità dell'agire; un fagotto di nulla che grava sempre più pesante e sempre più invisibile sulle spalle di noi esseri sociali. E tra le innumerevoli, vane, narcisistiche grida che creano il grande rumore di fondo, l'unica voce che emerge, neppure chiaramente, dice:. "Cosa vuoi fare? non serve a nulla. Lascia stare Jack... è Chinatown".

Sì, proprio come la Chinatown del film di Polanski. Non un luogo vero e proprio, ma uno stato d'animo, uno stato dell'essere, il punto terminale di quel percorso sociale chiamato democrazia. Questa Chinatown, quella che si vuole esportare ovunque, per la salvezza della specie umana occidentale, qui in Italia, è largamente e tangibilmente diffusa in ogni luogo del confronto e della relazione tra i cittadini. E sembra impossibile e inutile e cercare i confini e le ragioni che presiedono alla sua origine. Chi ci prova sprofonda nel rumore di fondo e chi cerca soluzioni arriva, sfinito, all'unica conclusione plausibile: è un problema sistemico, non sanabile. Una metastasi che non si arresta. Un gioco tra, simpatiche o meno, canaglie.L'unico gioco possibile in questo paese senz'altra identità che quella definita dalla sua storia antica e recente: Un paese senza memoria e senza prospettiva che grufola nel presente come il naso di un suino nel trogolo.

Ma tutti noi sappiamo che questo carattere non è una nostra esclusiva, appartiene all'uomo in genere. Ciò che a all'italiano riesce particolarmente bene è di comunicare, a se stesso e agli altri, questo parziale aspetto dell'essere umano evidenziandolo come elemento fondante della propria identità. Tanto da arrivare a credere che lo sia davvero. E senza più interrogarsi sulla veracità di questa credenza.

Milioni di vite, di pensieri, di atti smentiscono questo assunto. Nella storia antica e recente. L'arte e la generosità che l'italiano riesce ad esprimere da sempre non vengono meno neppure in questi tempi in cui non si canta più, si ride poco e si odia molto. Ogni giorno milioni di persone accettano questa realtà sentendo dentro di sè qualcosa che non va, qualcosa che, come si dice, tocca.
Sono milioni di esseri umani che non riescono a credere ad un'alternativa, ma la desiderano a tal punto da coltivare una segreta aspettativa che negata, genera in essi un malessere la cui origine appare misteriosa. Misteriosa come l'origine di quell'anima che attraversa i muri, trascinando dietro di se le catene delle proprie migliori speranze.
Di quelle tante anime.
Di quegli spettri che popolano Chinatown.

Noi possiamo liberare le speranze migliori dalle catene.
Non occorre tanto.
Occorre coraggio e un po' di riflessione. I tempi sono maturi perchè si possa rispondere con una cortese pacca sulla spalla a chi continua a dire: "Lascia stare Jack".

E poi, andare per la propria strada.
Quella che non porta a Chinatown.

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